No, non mi sono ancora rotta le balle di questo mio intimo e anonimo spazietto virtuale nel quale vomitare personali minchiate esistenziali. Il sole è sorto ad una certa ora e di sicuro è tramontato pure, ma io non ne ho coscienza perché qui, tranne qualche sparuta giornata simil-soleggiata, piove e fa freddo.
Nasce un nuovo impegno non retribuito, perché qui noi il vil danaro lo schifiamo. Sì, comenò!
Muore il tempo per dedicarmi con costanza all’attività che più mi appaga: l’ozio mirato.
Nasce l’entusiasmo per il nuovo impegno.
Muore l’entusiasmo per il nuovo impegno.
Versa in condizioni terminali l’Effe-Mobile.
Nasce la mia coscienza ambientalista, salutista, economista: vado a piedi!
Decede pure questo inutile computer.
Nasce la mia sindrome d'astinenza da internet e computer.
Nasce un insensato trasporto per apporre le mie due belle crocette, imbucare due schede in una scatola di cartone ed esercitare la possibilità di esprimere concretamente una mia posizione, sebbene un certo schifo - nemmeno troppo latente - mi permetta di farlo solo turandomi il naso.
Muore, ancora una volta, quell’inguaribile speme utopistica per le sorti della nostra assolata (si fa per citare) galera patria.
Santi della settimana: personalmente credo di aver invocato tutti quelli del calendario gregoriano - e non proprio per lodarli.
Luna: sostanzialmente nera.
Bene.
Si fa per dire.
Il computer però è risorto e io sono viva. E' già qualcosa. Se mi organizzo magari ricomincio a scribacchiare con il mio solito ritmo di diversa regolarità.
Ave a voi tutti!

Ci sono giornate che iniziano male perché il risveglio è un appuntamento con decisioni mancate. Rendez-vous con la propria negligenza. Sensazione di inadeguatezza. Presentarsi ad un colloquio di lavoro con il pigiama, le pieghe del cuscino tratteggiate sulla guancia sinistra, gli occhi semichiusi a rifuggire la luce e le fauci impastate.
Manchevolezza.
Croce e delizia.
Sensazione dalla consistenza del pongo. Perché la puoi rimaneggiare a tuo favore – da abile artigiana del pararsi il culo quale sei. E allora quella forma sferica di pongo, nelle tue mani, può assumere persino un aspetto accettabile. Assume forme altre: rotondità armoniose di confortanti alibi; angolarità convesse del procrastinare, adagiate su sicurezze effimere; sottigliezze di verbi condizionali intagliate ad arte.
E allora ammiri, compiaciuta, la tua creatura quando sai - hai la precisa certezza - che dovresti appallottolare di nuovo quella forma di pongo e scagliarla sicura verso il vuoto.
Invece ti ritrovi con una nuova creaturina di pongo tra le mani e a pensare che - si - infondo, anche questa volta hai fatto un bel lavoro. E magari ti lasci scappare anche un sorriso beffardo.
Massì! Chi non vorrebbe avere un bel gingillìno fatto col Didò, da sistemare sul proprio comodino?!
Perché lo diceva anche Murphy: “Sorridi, domani sarà peggio”.
No, niente, c’è che - per chi come me non se ne fosse ancora accorto - siamo a Settembre. Cioè, settembre inoltrato!
Gli universitari vagano da una segreteria all’altra nella temeraria ricerca del orario del nuovo semestre.
I lavoratori riprendono in mano l’agenda di pelle di culo di macaco e infittiscono nuovamente i propri appuntamenti.
Io, che non sono né carne né pesce, mi accingo con zelo a brancolare nel buio. E si sappia che sono una vera fuoriclasse in questa somma arte, tzé.
L’estate sta finendo, un anno se ne va, di diventare grandi non c’è pericolo, però non mi va lo stesso.
Sono stati giorni di meritato riposo; di mare, di sole, di infinite chiacchierate, di risate, di naturali complicità, di compleanni, di regali improvvisati e perfettamente inutili ma motivati, di 8 Settembre, di fuochi d’artificio, di bicchieri di vino bianco fresco che si avvicendano l’uno dopo l’altro, di focaccette fritte, di sigarette truccate, di amare consapevolezze, di amicizie che non potranno mai più tornare quelle di una volta, di consapevolezze più liete: che si cambia, né migliori né peggiori, solo cambiati; di persone che riprenderanno le fila delle proprie vite in altre città, di una certa nostalgia preventiva che già comincio ad avvertire, di decisioni che dovranno essere prese, della netta convinzione che è ora di mischiare un po’ le carte e che rien ne va plus.
C’è che novant’anni di vita, cavolo, sono tanti – io non saprei che farne!
C’è che mia nonna è più unica che rara. C’è che è una perpetua contraddizione vivente.
Sostanzialmente “perché ti fa paura quello che succederà se poi ti senti uguale”.
Bene, ora prendete questo post, infarcirtelo di K, di ardite abbreviazioni ed otterrete un post che potrebbe essere scritto da una adolescente-pink-dark-drunk-drug-strum-und-drang!
Sto regredendo. Uomo avvisato mezzo salvato.
Riemergo da una latitanza forzata dovuta ad un piccì che fa le bizze, scorni della sottoscritta e un cervello (il mio) che pare essere già partito per le vacanze.
Il problema ora è solo uno: chi glielo dice che non c’è più nessuna vacanza in vista?
Poverino! Io non ho il coraggio di comunicarglielo.
Mi è già servita una settimana per riprendermi io stessa dal trauma...
Credo che proverò ad obnubilarlo portandolo ogni tanto al mare qui vicino, a fargli prendere un po’ di sole, a fargli fare un bagnetto, dandogli la sua dose serale di birra, concedendogli fare tardi, molto tardi, la sera e gratificandolo con un po’ di musica dal vivo - cullando la (vana) speranza che non se ne accorga.
Si preannuncia un agosto nebuloso! Ma
Ne rimarrà soltanto uno.
Spero non sia lui.
* "Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers" - Fabrizio De André
Avrei voluto parlare delle sindrome premestruale che a noi, esseri di sesso femminile, ci rende giulive e affabili come simpatici animali quali le iene africane, ma sinceramente non vedo cosa ci sia di nuovo da sproloquiare visto che, ogni 28 giorni circa, da quando Eva era Eva: prima donna sulla Terra, è ciò che periodicamente e ormonalmente avviene.
Avrei voluto trattare di cicli mestruali, di assorbenti interni e non, ma già una nota pubblicità ci avverte che se perdiamo troppo tempo a posizionare bene l’assorbente a discapito del tempo da dedicare alle frequentazione amicali: o usiamo il “tal” assorbente, oppure insozziamoci tranquillamente a dovere.
Avrei voluto parlare del fatto che siamo appena giunti al giro di boa del mese di giugno eppure io ieri avevo i brividi per tutto il corpo e nausea, e giravo per casa con un plaid a mo’ di poncho come Ugly Betty, con la sola differenza che il mio era di una fantasia tartan-scozzese; ma trattavasi semplicemente dello scadere della sindrome premestruale con annesso arrivo di mestruazioni.
Avrei voluto fare profonde riflessioni sul "Gay pride" di ieri a Roma, ma a me tutta quella insensata allegria, e tutte quelle esibizioni ostentate, divertono troppo - mi piacciono. E mi rallegrano anche quelli che se ne disgustano - c’è poco da fare e da dire!
Avrei voluto parlare in quali basse letture mi sia inoltrata ma il fatto che vi sia una brillante introduzione di Umberto Eco alla raccolta di fumetti dei “Peanuts”, ridimensiona terribilmente il tutto.
Avrei voluto esprimermi su certi docenti universitari che godono - sornioni - solo nel sentir il suono della propria voce e addirittura “vengono” nel trovare l’aggettivo o l’avverbio che più gli sembra appropriato al suono della frase (a svantaggio del senso) o anche solo nel trovare le parole più onomatopeicamente più dilettevoli; ma per fortuna è domenica e non ne parlerò.
Avrei voluto disquisire dello sfascio della famiglia odierna, ma la vignetta con protagonista Sally, la sorella di Charlie Brown, la riassume alla perfezione: “Tema di storia: gli Egizi. La vita familiare degli Egizi era più facile era più facile di oggi. Guardavano tutti dalla stessa parte” – e lo fa con molta più ironia di quanto potrei farne io!
Avrei voluto parlare della programmazione televisiva estiva che, come sempre, ad ogni accenno di canicola, precipita in baratri ancor più profondi di quelli invernali, primaverili e autunnali, ma ieri sera c’era “Galline in fuga” e infondo non mi è andata poi così male, per essere rimasta a casa.
Avrei voluto dire tante cose, ciarlare a proposito a sproposito, sventrare ogni insondabile “perché” e “per come”, scrivere svariate e sconfinate banalità, ma oggi è il 17 giugno, sette giorni fa era il 10 giugno, e io non c’ho per niente voglia.
* Belinoni, da “Belin”, letteralmente: cazzoni, sciocchi, cretini, imbecilli.
L'intera frase è un modo di dire dialettale del quale, mi si dice (non avendolo io mai conosciuto), mio nonno fosse portatore sano. Il quale, senz’altro, era anche un gran saggio.
Ne deduco che: credo di non assomigliargli per niente!
Ci sono eventi, notizie che non ti riguardano personalmente, ma che in qualche modo ne senti comunque il peso.
Vent’anni, un incidente. Morta sul colpo.
Vent’anni...
Non voglio sapere. Frega niente. Voglio la facoltà di non sapere. Chiedo troppo? E' tanto grave?
Tanta bella retorica posticcia. Frasette ormai logore e consumate da tanto sono abusate. Il primo premio lo vince senz’altro la frase: "Era destino".
Sticazzi (penso).
Dico io, cosa sarebbe il mondo senza codesti portatori sani di verità?
Oh, fortuna che c’è gente così: certa di avere tute le verità sul palmo della propria mano e capace di snocciolarle ed elargirle con disinvoltura sottoforma di preziose perle di saggezza, a quella compagine di tapini che ancora si arrovellano su inesauribili “perché”.
E dico meno male, perché così io faccio a meno di interrogarmi, una verità pre-cotta è molto più facile da mandare giù e da digerire. Burp!
Bene, quindi: “Era destino.”
...
Mannaggia, però! Quella dannata pappetta flaccida e informe racchiusa in una scatola cranica non smette un attimo di macinare pensieri...
E una verità mi passa per la mente, giusto quel lampo di una fuggevole supposizione, ma ancor prima di parlare è già morta suicida.
P.S. l'esagerata ripetizione della parola "verità" è voluta.

Non c’è calma di vento, stasera. Solo raffiche furibonde che promettono sonanti temporali.
La sigaretta finisce troppo in fretta, consumata dalle folate smodatamente insistenti.
Tocca accenderne un’altra.
Una falce di luna si nasconde dietro a pesanti nembi carichi di pioggia.
Lampeggia in lontananza, ma la burrasca, come ogni primadonna che si rispetti, si fa attendere.
L’attendo. Avida.
Che si scateni pure la tempesta perfetta, non ho intenzione di ripararmi:
L’impermeabile della diplomazia non lo riesco più a trovare e l’ombrellino dell’accondiscendenza deve essersi incastrato - sfasciato - nel portaombrelli.
E se deve essere tempesta, lo sia fino infondo - e che cazzo.
Si, ultimamente sono in fissa con Rino Gaetano, perché è fonte di inesauribili verità.
Ora, sarà perché son due giorni che mi fa male il guliver e ho lo stomaco che fa contorsionismo e bestemmia in finnico. E si, dicevo, non mi viene da scrive nient’altro.
Uhm...credo che lo scomunicherò. Lo stomaco, intendo.
Più scorta per Effe Dieci!
(tutti in coro, dài)
Se poi ci si mette anche mia madre, da dottoressa mancata quale si ritiene, con la sua diagnosi perentoria e non richiesta:
- Certo. Tu vai a dormire troppo tardi.
Ah, certo. Ora si spiega tutto. Anamnesi ineccepibile. Grazie per la tua infinita sapienza e per essere fonte di inesauribili verità.
E’ bello sapere che c’è qualcuno che ti ascolta e ti capisce così bene, ah!
Niente, ho deciso, d’ora in poi taccio sui miei malanni. Soffrirò in silenzio. Intanto a parlar coi muri, col gatto o a scrivere su di un blog, si han più soddisfazioni.
Vabbe’, ora ci provo con
Melanconia portami via!
E quando gira così mica ci si può sottrarre. No no, bisogna andare fino in fondo, sollecitare le zone più sensibili del proprio animo tormentato e affondare ben bene il coltello nella piaga, fino all’apice di questo piacere perverso.
Del tipo, la miscela esplosiva di oggi prevede:
un 40 % del Fabrizio De André più triste e maudit ;
un 30 % del Nick Drake più depresso;
un 20 % degli Afterhours più malinconici e meno arrabbiati;
un 10 % del Nick Cave più disperatamente allucinato;
E se va bene a me, buona fumata a tutti!