Sono le parole dello striscione che campeggia davanti alla scuola di Rivoli.
Serve più l’ironia amara di questo striscione che le tante parole dei giornalisti e delle istuzioni.
Certo, però, che se quei ragazzi avessero avuto il grembiulino…Eh.
(IN REALTA’ VOLEVO PARLARE DI QUEL TEMA DELLE ELEMENTARI IN CUI DICEVO CHE LE SIGNORE-BENE VANNO AL CIMITERO PER SFOGGIARE LE PELLICCE)
Qualche giorno fa, mi è capitato di mangiare una Barretta Kinder ed era effettivamente un bel po’ di tempo che non lo facevo. Ero lì che la centellinavo nel modo tipico che mi porto appresso sin da quando ero bambina; vale a dire distaccando con i denti dapprima la parte di copertura al cioccolato al latte, per poi lasciarmi naufragare singolarmente a quella di solo cioccolato bianco. Una fine operazione chirurgica – insomma – che può richiedere svariati minuti, più di quanto in realtà deliziarsi con questo snack richiederebbe.
E può accadere che mentre sono lì a dosare con parsimonia l’estasi di voluttuosa golosità, possa anche scivolare sulla guancia un rivolo di una qual certa cristallina umidità salina, sgorgante dal condotto lacrimale e terminante all’angolo delle labbra.
No, non è segno di una incontrollabile ed esuberante libidine.
Ma è qualcosa di altrettanto sottile ed ingestibile: il ricordo.
E non c’è nulla da fare, perché io ho legato indissolubilmente questa delizia di cacao e latte al ricordo di mia nonna. L’altra. La nonna che è mancata qualche anno fa’.
Che poi, a dirla tutta, ci sono dolci molto più buoni delle barrette kinder e che, in vero, preferisco il salato al dolce. Ma mica lo decidiamo noi a quale oggetto, odore o cibo appiccicare un ricordo. E’ così - e ce ne dobbiamo stare.
Fatto stà che lei è stata la fornitrice ufficiale di barrette kinder della mia infanzia.
Quando andavo a casa sua a trovarla e prima di andare via mi metteva tra le mani una confezione
O quando bofonchiava con fare cospiratorio con mia madre e le passava la confezione sottobanco come fosse stata merce di contrabbando affinché io non la vedessi.
Le sue mani ossute, consumate e rugose la cui vista suscitava in me solo tutta la rispettabilità dovuta a chi quelle mani non le aveva usate solo per farsi aria.
Quando la prendevo bonariamente in giro perché anche in piena estate lei portava sempre con se una giacchetta di lana e lei controbatteva sorridendo: “Pani e panni sono buoni compagni”.
La sua composta e discreta eleganza che non si esprimeva tanto nel vestire quanto semplicemente nell’umile dignità del suo esistere.
Quando poi invece la malattia e la sofferenza inevitabilmente si portano via un po’ di quella dignità.
Ieri è stato il giorno dei morti. Oddio, detto così fa venire in mente le immagini che la filmografia horror ormai ci ha inculcato nel cervellino: zombie con le braccia distese in avanti che, con il loro incedere traballante, si prendono la loro rivincita sui viventi.
Meglio dire Il giorno della commemorazione dei defunti (come la maestra delle elementari teneva a sottolineare)
Perché le parole sono tutto.
Giorno. Commemorazione. Defunti.
Niente, pensavo al fatto che il costo delle barrette kinder non aumenta durante il periodo di queste “feste” – al contrario di fiori e ceri. Ma pensavo anche al fatto che mica tutti si possono permettere di commemorare con una barretta kinder.
* Il comitato promotore “A noi ci piacciono i titoli lunghi alla Lina Wertmüller” (inventato testé per l'occasione) invia formale domanda al Dott. Splinder per la richiesta di un maggior numero di caratteri a disposizione per i titoli dei post.
Si ringrazia anticipatamente per l’attenzione, cordiali saluti.
Il Comitato